LA CHIESA MADRE DI SAN NICOLA DI BARI 

  • Stampa

Da mezzo secolo erano arrivati i Greci–Coronei a ripopolare il paese disabitato e dopo un periodo in cui per la cura delle anime ci si era rivolti alle comunità vicine forte rimaneva l’esigenza di poter vivere la propria cristianità con mezzi propri. 

Il 29 giugno 1595, sindaco Giobbe Barbati, fu giurato dai capi di famiglie il proposito, in pubblico parlamento, di “edificare e risarcire“ la chiesa a spese dell’Università.

La Chiesa fu” fondata “ sotto il titolo di S. NICOLO' DI BARI, santo patrono molto a cuore ai popoli d’oriente, santo della chiesa orientale ed occidentale, e furono i Greci-Coronei a rappresentarlo nella statua, che si conserva e di cui si ignora l'autore e la provenienza. La chiesa fu riedificata e completata verso il 1627. 

Dal 1628 essa poté avere sacerdoti propri: greci, ma cattolici. Successivamente con l’aumentare della popolazione proveniente anche da altre comunità il rito greco fu abbandonato a favore di quello latino. L'altare maggiore è rivolto, secondo il rito, ad oriente, verso il portone di attuale ingresso; l'entrata prima era ad occidente, nell'arco del presbiterio. La sagrestia, invece, era ove, è la cappella di S. Giuseppe.

Dobbiamo principalmente all'arciprete Don Gerardo Amati (1727) l'ingrandimento e la trasformazione nelle forme attuali. Egli, fece costruire il cappellone sull'altare maggiore e dalle fondamenta le navate laterali; dispose ed effettuò il cambiamento dell'ingresso. La prima cappella laterale a sinistra entrando, ove è la statua di S. ANTONIO DI PADOVA, fu aggiunta a spese di Teodoro Ariropoli, venuto da Napoli nel 1661. La seconda cappella, dello Spirito Santo, fu nel 1672 fatta edificare da Francesco Pisani; egli per devozione fece dipingere da artista della scuola napoletana dello Zingaro il quadro che ancora si vede sull'altare. La cappella modestissima di S. Giuseppe, a destra entrando dal portone, fu fatta edificare da Pietrantonio Lauria. La cappella serviva di sagrestia nei primi tempi e nel sotterraneo venivano deposte le salme dei preti, una volta ricordate da incisioni nelle pietre sepolcrali ormai disperse da tempo nei vari restauri che si sono succeduti.

La seconda cappella, a destra di S. Michele, fu costruita per volontà ed a spese del cantore don Nicola Belli, verso il 1750; la piccola statua di S. Michele era stata già acquistata da suo padre, Michele. La cappella fu restaurata nel 1905 dal cantore don Vincenzo Belli. Dopo l'ingresso, dalla parte dell'orologio, vi è la cappella dell'Addolorata, che fu eretta nel 1740 a spese del sarto Angelo Guarniero, oriundo di Padula, marito di Margherita Canadeo. Le statue che vi si ammirano, dell'Addolorata, di Gesù legato alla colonna e di Gesù morto, sono opere dello scultore Giovanni Maria Netri di Albano, a cui furono ordinate dallo stesso Guarniero. La costruzione della cappella del Rosario è coeva a quella della chiesa madre. La statua della Madonna è fattura dello stesso artista che dipinse il quadro dello Spirito Santo.

L'intagliatore Domenico Pignone di Potenza, d'una certa fama, costruì in legno ed intagliò il primo altare maggiore e quello esistente nel Rosario. L'arciprete don Gerardo Amati aveva provveduto non solo ad ampliare la chiesa madre, ma a darle decoro e solennità: furono da lui acquistati l'organo, costruito e messo a posto da Leonardo Carelli di Valle di Novi, le campane e le pitture ad olio dell'Assunzione e del Rosario, bei dipinti di Girolamo Bresciano allievo del Pietrafesa, incorniciati e tenuti in alto nel coro.

A continuare l'apostolato, gli successe don Nicola Tito. Questi fece costruire nel 1775 il cappellone del presbiterio, rifare la cupola del campanile che era stata abbattuta da un vento impetuoso il 22 novembre 1768, abbellire il coro ed arredarlo di sedili di noce intarsiato, fattura bellissima di Pascale Sales, nativo di S. Martino, residente in Tricarico. Il coro ligneo riporta anche l’antico stemma del Comune rappresentato dal Leone di Morea, sopra un monte di tre cime, di fronte la fortezza di Corone, che guarda la stella polare (simbolo dei popoli Coronei sotto la protezione del Re di Napoli); l’antico simbolo, come già riferiva Pisani, è ancora visibile su un antico portale del nostro corso stradale principale.

Gli antenati Coronei vollero però riportarlo anche sul sedile principale del coro ligneo della Chiesa Madre di San Nicola a Brindisi, a ricordo del dono fatto alla chiesa stessa, dove, sopra la scritta votiva, “ ex DEVOTne E SUMPTIBUS MAGNIFICAE NATIS CORONENSIS TERRAE BRUNDUSII ANNO DMN 1776 PASCALE SALES DLLA CITTA DI TRICARICO FECIT”, sono rappresentati il crocifisso sormontato dal Sole e dalla Luna, affiancato da due scudi araldici rappresentanti un’aquila bifronte, simbolo del popolo albanese e dei popoli bizantini in generale. Nello scudo vi è rappresentato più volte il simbolo di Brindisi, con il leone e la fortezza di Corone in Morea; nell’altro vi sono rappresentati anche i gigli dell’allora casa regnante, i Borboni di Napoli.

Don Nicola Tito fece inoltre scolpire in marmo l'altare maggiore da Matteo Massotta di Napoli, altare che fu consacrato l'11 giugno 1778 dall'arcivescovo Zunico.

Opera architettonica notevole è la volta della CAPPELLA dedicata alla MADONNA DEL CARMINE, attribuita per disegno e direzione a Domenico Sannazzaro, primo architetto del Regno, ed eseguita da Nicola Villamena di Tolve nel 1754,tutto per volontà ed a spese del duca Giuseppe Domenico Antinori.

Alcuni duchi della sua famiglia erano sepolti in questa cappella, ove si vedevano anche le lapidi senza alcuna iscrizione. In un muro laterale, a destra dell'altare del Carmine, vi è il sarcofago, ormai vuoto per opera di un furto negli anni ’70 del ’900, di S. LORENZINO donato alla nostra comunità il 29 aprile 1771 dal duca Don Flaminio Antinori e sua moglie Mariantonia Goyzueta, figlia di Don Giovanni, segretario di stato di Filippo II.